Mello passa in apnea dall’editoria alla pubblicità, dal design alla TV. Il passaggio è da linguaggio a linguaggio, da frammento a frammento. Anzi, scompone inquieto ogni frammento, secondo una logica di turni irregolari, come in una fabbrica che produce tecnologie sofisticate. Scomporre per il rimontaggio finale, per il prodotto finito, integrato, ma non addormentato in quanto sfuggito alle varie catene di montaggio. Prodotto decadente, dunque, prodotto fine del secolo, alla maniera dei “poémes en prose” di Baudelaire: l’ispirazione è lavorare tutti i giorni. La pratica secca e slavata dell’engeneering gettata attraverso lo spazio vuoto fra arti visive e arti applicate. Organizzazione, quindi, e progetto orientati secondo l’ottica particellare dei vermi piatti, creature matematiche consapevoli di muoversi in sole tre dimensioni fatti salvi, per i più intraprendenti, i fine-settimana. Sintesi, perciò che come si disse per il design non ama applicare quanto l’arte avrebbe scoperto, o anticipato, sui tempi in corso. Sventrare e ricostruire una realtà, memorizzandone il presente e rendendola, tuttavia, irriconoscibile. Mello ci sguazza in quest’opera di bonifica della muffa annunciando, con la malizia del tromp-l’oeil, un magnifico giardino all’italiana. Non esiste, per noi di quest’epoca, azzeramento possibile: della catarsi sopravvive la sensazione di immondizia. Mello edita riviste, disegna, e ancora... disegna tubetti per i colori, tavoli, sedie, scrive sceneggiature, insomma, applica l’anelito onnicomprensivo del decathlon alle arti e, per rendere credibile la sua partecipazione, fa dell’eccentricità la sua condizione abituale.

Franco Torriani

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